Insegnare l’italiano ai bambini expat: i nostri libri

libri imparare italiano bimbi expat

Molte mamme mi hanno chiesto come ho insegnato l’italiano a PF, che materiali ho usato, che metodo, che libri. Insomma come ce la siamo cavata e cosa ha funzionato per noi.

Prima di iniziare ci sono da fare pero’ un po’ di premesse.

PF fino a 5 anni ha vissuto in Italia, venendo in contatto solo con l’italiano (non tengo conto delle pochissime ore di inglese che ha fatto alla materna, perchè sono state davvero irrilevanti). A 5 anni ha iniziato la scuola materna interamente in tedesco qui a Zurigo. Parlava perfettamente l’italiano, ma non sapeva nè leggerlo nè scriverlo. La sua immersione nel tedesco è stata fin da subito totale: il primo anno qui a Zurigo aveva pochissimi amici di lingua italiana, che vedeva molto poco; la scuola e le sue attività extrascolastiche si svolgevano tutte in tedesco  L’italiano era mantenuto solo grazie a noi, alle nostre visite in Italia, ai cartoni animati e alle canzoni.

La sua maestra ci ha subito incoraggiati a mantenere vivo l’italiano, ad insegnargli a leggere e a scrivere, sottolineando che mantenendo viva la sua madre lingua avrebbe padroneggiato anche il tedesco. Cosi’ è stato!

Quando PF ha compiuto 6 anni, abbiamo iniziato un programma di homeschooling d’italiano, che svolgevamo nel pomeriggio dopo l’orario scolastico. Tutte le attività erano sotto forma di gioco, anche gli esercizi erano sempre collegati a qualche storia o racconto che gli davano un significato giocoso.

Prima di tutto avevo  bisogno di un programma da seguire per capire cosa fare e quando. Ne ho parato in dettaglio in questo post.

Il libro “Insegnare giorno per giorno” della Giunti Scuola mi è stato utilissimo: mi ha dato un programma, una tempistica e degli esercizi da cui prendere ispirazione. E’ stato una manna dal cielo, anche per tenere a bada la mia ansia.

A livello di attività pratiche, che usavo sotto forma di schede, 4 sono stati i nostri libri preferiti.

“Amici a Verdebosco 1” della DeAgostini:  3 libri (Metodo, Discipline e Letture)  con tante immagini colorate e tanti esercizi divertenti, che PF ha adorato. Lo abbiamo usato davvero tanto!

“Indovina facile” delle Edizioni Erickson: un bellissimo libro con tanti indovinelli per imparare a leggere e scrivere senza sforzo. L’ho trovato molto utile, anche se da solo non sarebbe bastato.

“Progetto ABACO. Italiano” della Giunti: con tanti esercizi presentati da un simpatico Leprotto. PF lo ha usato parecchio, soprattutto il volume 2 (l’ho trovato perfetto per i molto esercizi di grammatica), ma non ci è andato particolarmente matto.

Il libro piu’ amato da PF è stato senz’altro “Il mio super quaderno” sempre della Giunti: usato e strausato! In questo caso non era necessario nemmeno che inventassi racconti o giochi per introdurre gli esercizi: PF li faceva con entusiasmo senza nessun problemi. Non so se sono state le illustrazioni, il tipo di attività, il fatto che aveva chiamato il protagonista SuperA, sta di fatto che questo libro lo ha catturato da subito.

Come ho usato questi libri?

Prima di iniziare ho inventato una storia con protagonista un astronauta, Marco, che ci ha accompagnato nel nostro viaggio di apprendimento per tutto un anno (il secondo anno avevamo uno scienziato). In questo post ho raccontato come avevo organizzato le prime attività legate a questo racconto.

Ho creato il nostro quaderno (formato A4) e mi sono basata sul programma del libro “Insegnare giorno per giorno” , fotocopiando le attività presenti sugli altri libri in base al tema della giornata. Ho ritagliato fogli, disegni, creato finestrelle dove comparivano esercizi da fare, creato schede ad hoc in modo che ogni giorno il racconto dell’astronauta Marco potesse procedere.

insegnare italiano bambini espatriati all'estero

Perchè non ho scelto solo un libro? Perchè non l’ho semplicemente usato, facendolo completare da PF?

Sarebbe stato sicuramente piu’ semplice, piu’ veloce e meno impegnativo.

Sarebbe stato pero’ anche piu’ noioso per lui ed è questo che volevo evitare: che PF si annoiasse, vedesse l’italiano come un impegno in piu’, un dovere inutile da fare dopo le già impegnative ore di scuola. Avevo bisogno che PF si divertisse ad imparare l’italiano, che lo vedesse come un gioco, un’attività pomeridiana che non vedesse l’ora di svolgere.

E’ stato cosi’? Si’, senza ombra di dubbio!

PF si ricorda ancora delle avventure dell’astronauta Marco, dei nostri giochi pomeridiani e, cosa piu’ importante, sa leggere e scrivere in italiano molto bene e si esprime con ricchezza di vocaboli.

E’ stato impegnativo per me? Si’, senza dubbio! Ma ammetto che mi sono anche divertita molto e ne è valsa la pena.

Molti hanno mi chiesto qualche consiglio. Ne ho solamente uno: qualsiasi libro decidiate di usare, qualsiasi metodo scegliate di utilizzare, fate in modo che il bambino lo viva come un gioco, perchè non c’è modo migliore per apprendere che il divertimento!

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Post di Paola Misesti

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Il calendario che non finisce mai

calendario perenen da stampare

Ammetto che la famiglia PF con i calendari è un po’ fissata: io personalmente ne ho piena la scrivania tra agende varie, planning, calendari di legno e a muro nonchè calendari digitali.

In casa P. si vuole sempre sapere che giorno è!

Quando PF era piccolo avevo creato un simpatico calendario per fargli imparare i giorni della settimana. Qualche settimana fa l’ho ritirato fuori per un suo piccolo amico e mi sono accorta che potevo migliorarlo ulteriormente.

Mi sono messa cosi’ al lavoro, creandone uno piu’ simpatico, adatto anche per la scuola.

Questa volta oltre il giorno della settimana è possibile indicare il mese, la data, l’anno nonchè la stagione, il tempo meteorologico ed eventuali compleanni.

Cosa serve per crearlo:

  • kit da stampare
  • forbici
  • cartone rigido (io ho usato delle cartellette di cartone)
  • colla
  • 2 fermagli
  • velcro adesivo

Realizzarlo è molto semplice:

Stampate il kit  e ritagliate tutte le parti che trovate dalla pagina 4 alla pagina 9. Una volta fatto questo vi ritroverete con 3 pagine piene e tanti cartellini:

  • i giorni della settimana,
  • numeri dall’uno al trentuno
  • gli anni 2015 e 2016
  • un cerchio delle stagioni
  • un cerchio del tempo
  • 2 buste: “gli animali dello stagno” e oggi è il compleanno di…”
  • 7 animaletti
  • 24 rettangoli colorati dove scrivere il nome di chi compie gli anni

Per rendere piu’ solido il vostro calendario vi suggerisco di incollare ogni pezzo su un cartoncino rigido.

Ora non vi resta che assemblare il tutto: per prima cosa incollate i tre fogli “pieni” tra loro”, in modo che il primo sia il vero e proprio calendario e gli altri due quelli che tengono i vari cartoncini. Incollate i fogli tra loro in modo che la striscia bianca in alto al secondo si trovi sotto al primo e quella del terzo sotto il secondo.

Ora assemblate il cerchio delle stagioni e quello del tempo. Incollate sul calendario i cerchi con i disegni e sovrapponete quelli che si devono girare, accertandovi che le parti combacino perfettamente. Forate i cerchi ed il cartoncino con l’aiuto di una forbice ed infilatevi i fermagli. Il cerchio superiore girerà indicando la stagione e il tempo corretti!

Create ora le tasche per inserire i cartellini dei compleanni e degli animali. Stendete la colla sui rettangoli che trovate sulla pagina 3, nelle parti con la parola “colla”. Ora premete leggermente i cartellini verdi e lasciate asciugare. Si formerà in questo modo una piccola tasca dove potrete inserire i diversi cartellini.

A questo punto vi tocca il lavoro piu’ noioso: su ogni cartellino che avrete ritagliato, indicante giorno, data, mese, anno, nome del compleanno e animale, dovrete incollare una parte del velcro adesivo e l’altra parte dello stesso sui corrispondenti spazi del calendario. In questo modo potrete riporre in ordine sulle pagine 2 e 3 tutti i cartellini che di volta in volta potranno essere tolti e appiccicati a piacere sul calendario vero e proprio di pagina 1

Ora il vostro calendario è pronto all’uso!

Qui trovate tutti i altri calendari usati da PF negli anni:

Post di Paola Misesti

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Bimbi che non amano leggere: l’arte di sapere ascoltare

Se osservate PF in queste foto, non lo considerereste di certo un bambino che non ama leggere. Eppure è proprio cosi’!

bambini che non amano leggere

Non fraintendetemi: PF ama i libri, le storie, i racconti; semplicemente non ama leggere da solo pur essendo capacissimo di farlo. Lui preferisce di gran lunga ascoltare! Questa cosa mi ha demoralizzata a lungo.

Sono stata per molto tempo piena di dubbi:

Avevamo sbagliato ad avvicinarlo troppo presto alla lettura leggedogli storie fin da piccolissimo?

Leggergli noi i libri lo aveva forse demotivato, rendendolo pigro?

Avere la casa sommersa di libri gli aveva forse fatto odiare le parole scritte?

PF a 3 mesi mentre il nonno  gli legge Pinocchio

Analizzando da vari punti di vista la situazione mi sembrava chiaro che il problema non erano i libri in sè, che amava sfogliare e farsi leggere senza problemi, ma la lettura vera e propria: odiava stare con un libro in mano.

Il problema non era nemmeno aver bruciato le tappe: PF ha tranquillamente imparato a leggere a 6 anni e nessuno nè a scuola nè a casa gli ha mai fatto pressione. Non ha e non aveva di certo problemi di lettura, che al contrario gli risultava facile e fluida sia in italiano che in tedesco. La questione era un’altra: seplicemente non amava leggere!

PF era riuscito a far vacillare tutte le mie convinzioni : non era stato sufficiente leggergli a voce alta fin da piccolo, avere la casa piena di libri, frequentare la biblioteca, amare la lettura, essere d’esempio.

Convinta  piu’ che mai di quanto affermava Rodari, cioè che “Il verbo leggere non sopporta l’imperativo”, non ho mai insistito affinchè PF si mettesse a leggere da solo, ma mi dispiaceva che non lo facesse e non ne sentisse il desiderio.

A un certo punto è sorta spontanea una domanda: perchè era cosi’ importante per me che leggesse da solo? In fondo è un bambino allegro, curioso, con ottimi voti a scuola, interessato di tutto, con tanti amici. Perchè era per me un cruccio?

La risposta che mi sono data, è riuscita a tranquillizzarmi: non era una questione legata alla lingua (non avrebbe arricchito il suo vocabolario, non avrebbe imparato cose, non avrebbe migliorato la sua scrittura, non avrebbe mantenuto vivo l’italiano), ma ad una mia passione che volevo condividere con lui.

Ma le passioni hanno a che fare con le emozioni, con il piacere e con la relazione e per quelle, ero cansapevole, non era necessario che lui leggesse da solo! Lui amava già i libri… pero’ non leggerli, lui preferiva ascoltarli: la passione era già in lui, ma in un modo diverso dal mio!

Ho accettato quindi il suo rifiuto, semplicemente avevamo modi diversi di esprimere lo stesso amore per la lettura: io leggendo, lui ascoltando. Abbiamo quindi continuato a ritagliarci degli spazi di lettura tutti nostri in cui…

  • abbiamo navigato tra vari generi, perchè la passione è strettamente legata a cio’ che si ama, ma spesso bisogna andare in cerca di chi o cosa amare.  Siamo quindi passati  dai libri di avventura a quelli scientifici, dai fumetti ai libri di spie, dai classici rivisitati ai libri dell’horrore, dai libri di Geronimo Stilton ai grandi classici;
  • la lettura è diventata un dialogo: abbiamo quindi introdotto il gioco “una frase io, una frase tu” che poi si è trasformato in “un paragrafo io e uno tu” fino ad arrivare ad “una pagina io, una pagina tu”. In questo modo la lettura è diventato un dialogo a piu’ voci, a piu’ stili d lettura, a piu’ ritmi.
  • abbiamo reintrodotto i libri sonori (soprattutto durante i nostri lunghi viaggi in macchina) accompagnati anche dal testo originale perchè le passioni non hanno confini e si possono coltivare ovunque. In questo modo potevamo continuare la nostra storia in qualsiasi momento ascoltandola o leggendola;
  • abbiamo scoperto una storia attraverso vari media e vari canali comunicativi perchè la passione è fatta anche di creatività, di novità, di curiosità, di sperimentazione: il libro, il cartone animato o il film, il libro digitale, il gioco. L’isola misteriosa per esempio è una storia che abbiamo letto a voce alta, di cui abbiamo visto il film (sia quello nuovo che quello vecchio), che ci siamo raccontati  attarverso i disegni e i personaggi LEGO, di cui abbiamo commentato le illustrazioni rimandando alle varie parti del racconto e di cui abbiamo cercato luoghi e itinerari sulla cartina.

Poi un giorno è successo: PF ha preso un libro e l’ha letto  da solo dall’inizio alla fine, cosi’ solo perchè ne aveva voglia. Non un libretto di 10 pagine, ma di 200! Non un genere che mi entusiasmava, ma un libro che gli è piaciuto e che non smetteva di raccontarci. Da li’ i libri “letti” si sono moltiplicati.

La sua passione per la lettura va a onde: a volte è completamente immerso nei libri e a volte li snobba completamente e li gode solamente ascoltandoli. Diciamo che preferisce ancora “sentirli”!

Il suo maestro è consapevole che molti bimbi hanno questo tipo di rapporto con la lettura e si ritaglia ancora del tempo per leggere in classe ad alta voce (ora stanno leggendo lo Hobbit, su grande richiesta dei bimbi). PF adora questi momenti in cui si immerge completamente nei racconti.

Dalla nostra storia ho imparato tante cose, per esempio che:

  • per far crescere l’amore per la lettura non ci sono regole fisse o ricettine magiche ;
  • questa passione, come ogni passione, non deve essere data per scontata: la scintilla puo’ scoccare oppure no, accendersi o spegnersi o andare ad intermittenza;
  • amare i racconti e i libri non vuol dire necessariamente amare leggere;
  • ognuno ha i suoi tempi: mai forzarli anche se a volte ci sembrerebbe giusto farlo
  • ognuno hai suoi interessi e le sue priorità e la lettura puo’ non essere tra queste. Ma si sa gli interessi e le priorità possono cambiare, evolversi e modificarsi.

Vi lascio con una frase che trovo calzi a pennello per PF e per tutti i bimbi che hanno un rapporto con la lettura come il suo:

“Amare vuol dire soprattutto ascoltare in silenzio.”

Antoine de Saint-Exupery

 

Post di Paola Misesti

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Bilinguisimo…. on the road

bilinguismo tardivo

Oggi volevo raccontarvi la nostra esperienza di bilinguismo o meglio la storia del bilinguismo di PF, perchè penso possa essere utile a chi come noi si è o ha deciso di trasfersi all’estero con bambini già grandicelli (PF aveva 5 anni).

La mia intenzione oggi è quella di mostrare il nostro percorso linguistico, dai primi approcci di PF con una nuova lingua fino ad ora Perchè ve ne voglio parlare? Perchè l’apprendimento della lingua era la mia preoccupazione maggiore (riuscirà ad integrarsi? riuscirà a imparare la lingua abbastanza bene? Quanto tempo ci vorra?) quando ci siamo trasferiti e vorrei rassicurare chi, come me, si trova ora in questa situazione.
Si sa che ogni esperienza è a sè ed ogni situazione è particolare, la nostra 2 anni fa era esattamente questa: PF parlava solo italiano e conosceva pochissime parole in inglese (imparate alla scuola materna); io parlavo un inglese semi-comprensibile ed un francese stentato; papà Ema sfoggiava un ottimo inglese e un buono spagnolo. Ci siamo imbarcati in questa avventura che nessuno di noi parlava, capiva o leggeva in tedesco.

Dopo lunghe riflessioni e molti colloqui, abbiamo deciso di iscrivere PF alla scuola svizzera con insegnamento in tedesco e svizzerotedesco. Le motivazioni di questa scelta sono tante; tra le tante il fatto che ritenevamo importante per lui che facesse subito una full immersion nella lingua, consapevoli che per imparare una nuova lingua bisogna essere motivati ad usarla. E cosa c’è di piu’ motivante che parlare con altri bambini per poter giocare?

Le maestre svizzere che abbiamo incontrato (che comunque conoscevano sia l’italiano che l’inglese che il francese e questo ha aiutato molto noi adulti) sono state piu’ che stupende, sono state eccezionali. PF non ha mai avuto paura di andare a scuola anche se non capiva nulla e nel suo cammino ha trovato amici che, malgrado le difficoltà linguistiche, lo hanno aiutato. E’ stato tutto rosa e fiori? Naturalmente no!

Ci sono vari modi in cui un bambino già grandicello puo’ affrontare una nuova lingua: si butta subito a ripetere i suoni anche se non li capisce o tace in attesa di immagazzinarne abbastanza per dire qualcosa. PF ha scelto questa seconda strada, cosi’ ci siamo ritrovati dopo 5 mesi con un bimbo che partecipava in classe come poteva, ma non parlava un granchè. Mentre io mi preoccupavo, le maestre mi tranquillizzavano e piu’ mi tranquillizzavano, piu’ io mi preoccupavo!

Dopo 7 mesi PF capiva (a detta di tutti), ma parlava sempre poco. Arrivata pero’ la primavera  le cose hanno incominciato a cambiare: PF interagiva! Al corso di tennis, alla settimana di circo, alla recita della scuola PF parlava, a modo suo, ma parlava. Coniugava i verbi un po’ a casaccio (usava la stessa regola per tutti i verbi che incontrava) e faceva costruzioni un po’ azzardate, ma comunicava.

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Creatività, colori e libertà #esperienzacreativa

esperienza creativa crayola

La creatività di un bambino si esprime in tante piccole cose quotidiane: un foglio scarabocchiato, due legnetti incollati insieme, una scultura di plastilina o una futuristica macchina fatta di mattoncini colorati.

I bambini sono creativi di natura e sta a noi stimolarli affinchè non perdano crescendo il desiderio di creare e di esprimersi in libertà.

Se penso ad una persona creativa per prima cosa vedo una persona curiosa. Una persona che desidera capire di più, vedere di più, scoprire di più. Una persona aperta al mondo e alle sue opportunità.  In altre parole vedo un bambino: che sperimenta tutto, si pone domande su tutto e cerca di scoprire cosa c’è dietro ogni cosa.

Il compito dei grandi, educatori o genitori che siano, è quello di stimolare e favorire tutto cio’ nel rispetto degli altri e degli spazi altrui.

In casa nostra , da quando PF era molto piccolo, in ogni stanza si trovano a disposizione colori e fogli, perchè non c’è peggior cosa che avere un’idea e non poterla esprimere. Tantissimi colori e soprattutto in tantissime forme: pastelli, pennarelli, acquarelli, pastelli a cera, gessetti, tempere, plastilina, china colorata, mattoncini di mais…

Perchè infatti limitare la propria fantasia e la propria voglia di sperimentare?

Ma anche la creatività ha bisogno di regole perchè essa deve andare di pari passo con il rispetto degli altri e dei loro spazi. C’è stato un momento, comune a tutti i bimbi, in cui PF amava colorare i muri. La questione pero’ non era se limitare la sua creatività e non farla esprimere liberamente, bensi’ quella di fornigli degli strumenti e del materiale adatto affinchè si potesse esprimere nel rispetto degli altri e cosi’ ecco comparire sui muri fogli giganti su cui poter disegnare o colori da bagno per giocare sulle piastrelle o colori per dipingersi il corpo senza pericolo.

Ora che è piu’ grandicello il desiderio di sperimentare non si è affievolito, ma ha cambiato “direzione”, cosi’ PF ha a disposizione vari tipi di quaderni di ogni forma e dimensione: il quaderno delle invenzioni, quello degli esperimenti, quello delle avventure, quello dell’arte…

I quaderni aumentano a mano a mano che  gli interessi di PF aumentano. A volte pero’ il desiderio di colorare sui muri riemerge e cosi’ ecco che in un attimo ricompaiono i fogli giganti o i pastelli da bagno.

Per essere creativi basta davvero poco!

Se vogliamo che i nostri bimbi siano creativi, ricordiamoci sempre di…

  • essere creativi per primi perchè essere creativi è contagioso
  • divertire e divertirci perchè se ci si diverte l’effetto contagio è assicurato
  • non aver paura di sbagliare perchè dagli errori si impara sempre qualcosa di nuovo.
  • lasciare spazio perchè la creatività non ama oppressioni e non è un dovere.
  • fare e porsi domande perchè creare è scoprire il nuovo ovunque.

Questo post è offerto da Crayola. Non solo colore ma esperienze creative.

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La gelosia e i bambini

gelosia e bambini

PF è figlio unico, ma questo non vuol dire che non sia geloso. La gelosia non è prerogativa di chi ha fratelli nè dei soli bambini. Anche gli adulti ne “soffrono”. Come avrete capito, oggi dalla valigia della pedagogista tiro fuori un argomento molto delicato: la gelosia nei bambini.

Iniziamo dall’inizio: cos’è la gelosia?

Tecnicamente la gelosia è uno stato emotivo caratterizzato dalla paura, reale o irreale, di perdere la persona amata nel momento in cui questa dimostra affetto verso qualcun’altro. La persona gelosa non solo ha paura di perdere l’amore della persona amata, ma anche l’sclusività della relazione. In pratica pensa: “deve amare me e solo me, per sempre”.

Si capisce quindi come essere gelosi non è solo prerogativa dei bambini nè solo di chi ha fratelli.

A volte si confonde gelosia e invidia e si usano i due termini come sinonimi. L’invidia pero’ è un’altra cosa: essa è un dolore psicologico dovuto alla constatazione di essere inferiore a qualcun’altro. Essendo quindi due cose diverse, si affrontano in maniera diversa!

La gelosia essendo uno stato emotivo si manifesta a prescindere dalla volontà di chi lo prova. A noi e ai bambini non resta che saperlo riconoscere e gestire al meglio. La gelosia, infatti, come le varie emozioni  ha degli  scopi e se ben gestita svolge un ruolo importante per la crescita. Per i bambini è un’occasione per…

  • rompere il legame simbiotico con la madre e intraprendere il proprio percorso di autonomia e scoperta di sè
  • superare il proprio egocentrismo, ovvero quella fase in cui ci si crede al centro del mondo intero
  • aumentare la propria sicurezza: il bambino prende atto che malgrado i suoi timori non perde l’amore dei genitori
  • instaurare un’altra relazione significativa

Nei bambini la gelosia, come sappiamo bene, si manifesta in vari modi:

  • con l’ AGGRESSIVITA’:

                 – verso l’altro: il bambino riversa, direttamente o a parole, sul “rivale” o   l’amato  la sua rabbia

                 – verso di sé

                 – con esplosioni di rabbia che paiono immotivate

  • con la REGRESSIONE:  il bambino vuole ritornare (e si comporta come se fosse) piccolo per riottenere attenzione 
  • con il NASCONDERSI: il bimbo riceve cosi’ l’attenzione desiderata costringendo l’amato a cercarlo
  • con l’INDIFFERENZA: il bambino cerca di tenere sotto controllo la propria aggressività evitando l’oggetto della sua gelosia e fantasticando che non esista
  • con la TRISTEZZA:esterna cosi’ la sua rabbia e i suoi sentimenti ottenendo al tempo stesso attenzione   
  • con FOBIE: poietta su altro la propria aggressività
  • con SINTOMI PSICOSOMATICI che esprimono a livello corporeo i suoi sentimenti gli permettono di ottenere attenzione
  • con l’AMORE SOFFOCANTE: il bambino ha paura e prova sensi di colpa per la rabbia che prova verso l’altro e cosi’ riversa su di lui troppe attenzioni e comportamenti troppo affettuosi

 Cosa fare per gestire questi “sintomi”?

Innanzitutto bisogna armarsi di molta pazienza e poi prendere atto che non

è sufficiente agire solo sui sintomi, ma che è necessario lavorare anche

sulla causa che li ha scatenati: ovvero la paura di perdere l’amore.

Cosa possiamo fare?

    Riconoscere i sentimenti del bambino e aiutarlo a dar loro un nome. Fargli capire che il suo turbamento è comprensibile. Il fatto di riconoscere le sue difficoltà non significa accettare i suoi comportamenti,  bensi’ è un modo per fargli capire che non è lui ad essere disapprovato, bensi’  come si  comporta. Incoraggiarlo ad  aprirsi è inoltre una maniera per dargli attenzione e amore ed affrontare in modo costruttivo la rabbia.

    Concentrarsi sui comportamenti:  l’accettazione dei sentimenti deve andare di pari passo con la disapprovazione dei gesti aggressivi e violenti.

    Esplicitare  la situazione o gli eventuali cambiamenti che possono generare  gelosia . In questo modo il bambino riesce a dare una spiegazione ai suoi sentimenti. Il passo successivo sarà quello di fargli capire come affrontarli in modo costruttivo.

   Dargli valore sottolineando le sue conquiste e le sue abilità, in questo modo avrà la sensazione di non aver perso nulla ed acquisterà sicurezza e fiducia in sè

   Dargli attenzione trovando dei momenti di esclusività, in questo modo avrà la prova di non aver perso effettivamente il proprio amore

   Parlare di gelosia raccontando situazioni leggendo, ascoltando canzoni o vedendo film. La gelosia non deve essere un argomento tabu’, ma deve essere affrontata con serenità e naturalezza: questo aiuta il bambino ad aprirsi e parlarne

   Trovare possibili soluzioni insieme per affrontare la situazione o i comportamenti inappropriati

    Coinvolgerlo il piu’ possibile, rendendolo partecipe delle situazioni che si sa lo rendono geloso.

La gelosia non potrà essere eliminata dalla vita dei bambini perché essa è un sentimento naturale che ha, come abbiamo detto, degli scopi precisi. Armiamoci quindi di molta pazienza e aiutiamoli a superarla al meglio.

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Noi viaggiamo sicuri…

noi viaggiamo sicuri

Quando Claudia mi ha invitato a partecipare all’ iniziativa “Noi viaggiamo sicuri” ho accettato subito, malgrado il poco tempo, il ritardo cronico ed acciacchi vari. Questo perchè il tema mi sta particolarmente a cuore: avevo già raccontato qui la mia brutta esperienza “senza cinture”.

Ho pensato molto a cosa scrivere (avevo anche messo giu’ qualcosa di getto), ma poi ho avuto una folgorazione.

Al rientro dalle vacanze su di un cartello ho letto una frase che mi ha colpito molto. Diceva piu’ o meno cosi’

NON C’E’ NIENTE DI TANTO IMPORTANTE,

DA NON POTER ESSERE FATTO IN SICUREZZA

Non so se fosse la pubblicità di qualche prodotto o il motto di qualche associazione, ma la frase mi ha preso e mi è sembrata perfetta.

Riflettendoci infatti mi sono resa conto che il mio atteggiamento “preventivo” non riguarda solo i viaggi in macchina, situazione in cui PF è ed è stato sempre legato (malgrado le urla e i capricci), ma anche altre attività che potrebbero essere  pericolose anche se a prima vista non sembrerebbero tali: noi non sciamo e non andiamo in biciletta senza caschetto (anche quando PF era molto piccolo e veniva tenuto ben legato nel suo seggiolino) e lo stesso vale per il monopattino o il pattinaggio o lo slittino.

L’anno scorso PF è caduto malamente all’indietro mentre pattinava sul ghiaccio, fortunatamente aveva il casco perchè il colpo alla testa è stato davvero forte. Per fortuna si è risolto tutto solo con un gran spavento e con una bella ammaccatura al casco, che è  diventata ben presto “trofeo” di battaglia.

Alcune settimane fa abbiamo sperimentato la nuova pista (in cemento) per Mountain Bike qui a Zurigo, naturalmente muniti di caschetto. Qualche caduta era messa in conto, ma appena abbiamo visto i bambini piu’ grandi ed esperti fare acrobazie muniti anche di ginocchiere e gomitiere, abbiamo capito che per divertirsi davvero, in pieno relax, dovevamo procuracele. E cosi’ abbiamo fatto!

Fare le cose in sicurezza è piu’ rilassante. Perchè non godersi la bobbata o la gita in bicicletta senza la preoccupazione di farsi male?

Non c’è nulla di cosi’ importante, nemmeno un capriccio, che valga una brutta ferita o, peggio ancora, la vita. Proteggerli è un nostro dovere cosi’ come educarli a proteggersi.

Questo tipo di atteggiamento puo’essere confuso con apprensione. In realtà in questo caso si confonde l’apprensione con il buon senso: quando i pericoli sono reali (fare un incidente in macchina non è una possibilità remota e la cosa non dipende solo da noi) sarebbe illogico non poteggersi.

Prendere le giuste precuazioni non significa essere timorosi per ogni cosa, ma vuol dire essere responsabili, insegnare il senso del pericolo senza allarmismi e senza creare traumi (ritrovarsi all’ospedale con dei punti in testa credetemi non lo è altrettanto. Lo dico avendolo sperimentato in prima persona!), vuol dire insegnare il valore della vita che è piu’ importante di ogni altra cosa.

La sicurezza non limita per nulla l’autonomia, anzi il contrario: rendere un’attività, nei limiti del possibile, sicura significa rendere maggiormente sicuro di sè anche chi la compie e quindi piu’ autonomo. Se non devo temere che cadendo mi potrei far molto male alla testa, posso concentrarmi maggiormente e godermi cio’ che faccio.

Rendere un’attività sicura non vuol dire evitarla o, peggio ancora, spaventare chi la pratica vedendo pericoli ovunque. Significa invece essere consapevoli dei rischi, affrontandoli adeguatamente.

Questo post partecipa alla campagna “Noi viaggiamo sicuri”

Noi viaggiamo sicuri 2013 banner medio

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I bambini e l’autostima

bambini e autostima

Riordinando i miei vecchi appunti di lavoro, mi sono imbattuta in tante cartelle contenenti gli appunti e le slide per gli incontri che tenevo in Italia ai genitori e agli insegnanti.

Sono davvero tanti e trattano tanti temi diversi. Guardandoli li’ tutti in fila mi sono detta che era davvero un peccato che rimanessero a riposare nel mio computer.  Sarebbero stati senz’altro piu’ utili, se ne avessi fatto un uso diverso. E cosi’ eccomi qui a scrivere questo post!

Oggi  vi vorrei parlare di bambini ed autostima. Mi piacerebbe se potessimo confrontarci al riguado…

E’ meglio forse partire dal principio e definire cos’è l’autostima. Essa non è altro che l’atteggiamento che ciascuno di noi ha verso se stesso.

Essa è composta da 3 aspetti:

  1. uno cognitivo che riguarda le opinioni che ognuno di noi ha sul proprio aspetto fisico, sulle conoscenze possedute, sulla propria vita, sulle relazioni che intrattiene…
  2. uno emotivo che si riferisce a cio’ che si prova nei propri confronti
  3. uno comportamentale che riguarda  come ci si comporta con se stessi

L‘autostima non è statica, ma varia nel tempo e quando si è piccoli è soggetta a notevoli fluttuazioni che interessano tante aree quante sono gli ambiti ritenuti importanti dalla persona. In generale potremmo suddividerli in 5 aree: il proprio aspetto fisico, il successo scolastico e quello sportivo, la famiglia e gli amici.

Solo durante l’età scolare il bambino ha una visione piu’ globale di sè e la sua autostima riguarderà il suo atteggiamento verso di sè in tutti questi ambiti messi insieme.

Prima di quest’età i bambini hanno una visione di sè piu’ spezzettata e la propria autostima sarà in un certo senso a “compartimenti stagni”: il giudizio sul proprio valore dipenderà dallo specifico ambito a cui si farà riferimento.

Quindi non c’è da stupirsi se un bambino piccolo potrà considerarsi fortissimo negli sport e scarsissimo in altri ambiti. Le mezze misure tra l’altro non fanno parte del bagaglio di competenze posseduto a quest’età!

Quando si puo’ parlare di bassa, alta o positiva e sana autostima?

Quando c’è una grande discrepanza in senso negativo tra il sè ideale (come vorremmo diventare) e quello percepito (come mi valuto) allora si avrà una bassa stima di sè.

Quando questa discrepanza è minima e basata su dati di realtà, l’individuo ha una positiva e sana autostima

Quando al contrario la percezione di sè è sovrastimata e questa coincide con il sè ideale (cioè con l’ideale a cui la persona aspira), allora si avrà un’eccessiva stima di sè.

I due estremi  di questo continuum sono entrambi dannosi: nel primo caso le persone saranno insicure, impacciate, ansiose, si sentiranno inadeguate e in balia di persone e situazioni; nel secondo caso non riusciranno ad accettare i propri errori e vedere oltre il proprio punto di vista, saranno perfezionisti all’eccesso e tenderanno ad incolpare gli altri o il destino per le proprie mancanze.

Avere una positiva e sana autostima invece vuol dire sapere percepirsi in modo realistico,conoscere i propi punti di forza e di debolezza, valorizzando i primi e tenendo sotto controllo i secondi nel tenativo di un miglioramento continuo. Vuol dire essere consapevoli di cio’ che dipende da noi e cio’ che è da imputarsi alla situazione o ad altri.

La questione ora si sposta su come far crescere i nostri figli con una sana  e positiva stima di sè. Per prima cosa bisogna tenere a mente che non dipende solo da noi: ogni  influenza esterna, che è ritenuta significativa per il bambino (genitori, nonni, parenti, maestri, amici…), gioca un ruolo importante ed inoltre è il bambino stesso che sceglie il proprio modello a cui far riferimento (il famoso sè ideale).

Vediamo pero’ cosa noi genitori, potremmo fare nella quotidianità:

  • saper ascoltare e accogliere i pensieri e le emozioni dei bambini sia positivi che negativi in modo da insegnare loro come poterle affrontare al meglio
  • creare situazioni di successo in cui il bambino potrà sperimetare le proprie capacità . Bisognerà quindi pensare a situazioni con il giusto grado di difficoltà e offrire ai bambini il giusto grado di aiuto: non troppo nè troppo poco.
  • creare un ambiente stimolante dove le difficoltà e gli ostacoli possano diventare sfide
  • stimolare gradualmente l‘autonomia per rendere il bambino sicuro di poter contare sulle proprie capacità
  • dare feedback positivi soffermandosi pero’ sullo sforzo piu’ che sul risultato e comunque non enfatizzando troppo la prestazione
  • vivere lo sbaglio senza drammatizzare e soprattutto come un momento di apprendimento
  • affrontare in maniera positiva e costruttiva le azioni sbagliate, ricordandoci sempre che cio’ che è sbagliato non è il bambino, ma il comportamento.
  • avere per primi una buona immagine di sè. Ricordiamoci che il buon esempio conta piu’ delle parole! Vivere con persone che possiedono una positiva immagine di sè, che non drammatizzano gli errori cercando da imparare da questi, che cercano di migliorarsi, che affrontano gli ostacoli con la giusta preoccupazione e che non temono di esprimere i propri sentimenti, offrono ai bambini un valido esempio da seguire.

Non dimentichiamo infine che l’autostima, come dicevamo sopra, non è qualcosa di statico: c’è sempre modo e tempo per lavorarci sopra!

Per chi volesse approfondire l’argomento, ecco qui un po’ di libri interessanti:

 

  • Anderson E., Redman G., Rogers C., “Come sviluppare l’autostima del bambino”, RED
  • Dolto F., “Come allevare un bambino felice”, Oscar Mondatori
  • Goleman D., “Intelligenza Emotiva. Che cos’è, perché può rendere felici”, Rizzoli
  • Gottman J., “Intelligenza Emotiva per un Figlio. Una Guida per i Genitori”, Rizzoli
  • Laniado N., “Il bambino sicuro”, Gribaudo,
  • Poli O., “Né asino né re”, San Paolo
  • Santagostino P., “Come crescere un bambino sicuro di sé”, RED

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L’arte e i bambini: Chagall nel giardino di casa

arte di chagall e i bambini

Qualche settimana fa mi sono concessa una visita al museo di arte moderna di Zurigo. Era da un po’ che volevo andarci, ma non trovavo mai l’occasione.
Con un’amica, dopo un cappuccino, una brioche e molte chiacchiere, mi sono dedicata a scoprire le opere di Chagall grazie alla bellissima mostra allestita presso il museo.

La mostra è davvero bella e la consiglio veramente di cuore (anche il cappuccino e le brioche non erano male, comunque 😉 ). Arrivata a casa ho trovato un Piccolo Furfante curiosissimo di sapere cosa avevo visto.

Abbiamo quindi cercato su internet un po’ di opere di questo pittore e mentre gli raccontavo cosa avevo imparato al museo (grazie all’audioguida) ci è venuta voglia di disegnare anche a noi. PF pero’ era un po’ stufo di ricopiare o colorare disegni sul suo quaderno e cosi’ abbiamo deciso di fare qualcosa di nuovo.

chagall con i bambiniAbbiamo scelto un’opera (Io e il villaggio) e io ne ho disegnato i contorni sul  nostro terrazzo sotto l’occhio vigile e i suggerimenti attenti di PF. Quindi non è restato altro che colorare il disegno.
Abbiamo usato i gessetti “da strada” (i gessetti di un diametro di circa 4 cm), quindi non avevamo molta varietà di colori a disposizione, ma siamo comunque riusciti a far assomigliare il nostro dipinto a quello di Chagall. Incredibile!!

E’ proprio vero che l’arte è in mezzo a noi 😀

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Le manine delle emozioni

Io e Piccolo Furfante giochiamo spesso con le emozioni usando le nostre palette, le filastrocche, disegnando, facendo mostriciattoli e leggendo racconti…

Ogni occasione è buona per parlarne e per parlare di come stiamo.

Quello che voglio mostrarvi in questo post non è, però, un’attività pensata da me, bensì dalle splendide maestre di Piccolo Furfante.

Era da qualche giorno che PF mi raccontava di un lavoretto fatto a scuola che gli era piaciuto molto, ma il suo racconto era per me incomprensibile: parlava di mani, di marionette, di faccine, di canzoni e filastrocche…

Insomma non ci avevo capito nulla! Ma proprio nulla nulla! 😳

Poi l’altro pomeriggio è uscito da scuola orgogliosissimo, sventolando la sua manina della gioia e allora ho finalmente capito 😀

Per parlare di emozioni, le maestre avevano creato insieme a bimbi delle manine che rappresentavano le emozioni. Manine colorate, che diventavano faccine, con un bastoncino per prenderle e sventolarle mentre si recitavano filastrocche e canzoncine a tema.

Manine allegre che hanno accolto i bambini nuovi all’inizio dell’anno, manine sorridenti che sono passate di mano in mano per far sentire a proprio agio e al sicuro i nuovi arrivati…

Penso che le maestre di Piccolo Furfante abbiano fatto uno splendido lavoro 😀 ed è per questo che ho pensato di presentarvelo.

Il materiale che hanno usato per costruirle:

  • cartoncini colorati (un colore diverso per ogni emozione)
  • pennarelli
  • cartoncno rigido
  • adesivo

Come le hanno create:

Per prima cosa i bimbi hanno disegnato sui cartoncini colorati  la sagoma delle proprie mani: un colore per ogni emozione.

Le maestre le hanno ritagliate (che pazienza! 😆 ) e i bambini hanno disegnato sopra le tracce delle faccine: allegra, triste, arrabbiata, spaventata.

Le maestre hanno poi ritagliato dei bastoncini dal cartone rigido e con l’aiuto dei bimbi li hanno attaccati con l’adesivo alle manine. Le palette-manine delle emozioni erano pronte.

Un grazie di cuore alle maestre di Piccolo Furfante (Olghy, Cri, Suor Lorenzina) per la cura, l’impegno e l’amore che mettono nel loro lavoro! 😀

Ecco le nostre filastrocche delle emozioni per giocare insieme alle manine.

Vi segnalo, inoltre, questo blog interessantissimo “Chiamale emozioni” (il cui progetto è gestito da un mio amico 😀 “Ciao Davide!”) in cui potrete trovare approfondimenti sul tema delle emozioni. Vi consiglio di cuore di dare un’occhiata al materiale relativo al Convegno di Mark Greenberg “scuola ed emozioni” che ho avuto modo di seguire e che è stato a dir poco illuminante.

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